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CdS-Spalletti rilancia il Napoli: vuole 30 punti in 10 partite

L’allenatore azzurro (ieri 63 anni) pretende una reazione immediata dopo il ko con il Milan e ha chiesto un filotto per non avere rimpianti

di Antonio Giordano

NAPOLI – Il problema, ammesso che ce ne sia uno solo, sarà sempre lo stesso, da n(quasi) un secolo in qua: e passare dall’euforia al catastrofismo, si sa, comporta sacrificio e anche fatica. In un 7 marzo assai diverso, mica solo perché per spegnere le 63 candeline sulla torta ci vorrebbe il fiato che il Milan ha tolto, Luciano Spalletti se ne è stato con i propri pensieri, ha rivisto quella serata a modo suo surreale, l’esatta contrapposizione della precedente – all’Olimpico di Roma – ed ha lasciato che l’eco delle sue parole divenisse un mantra. «Chi pensa che la sconfitta mi possa cambiare, è fuori strada: io non mollo». Ci sono altri dieci esami per credere in qualcosa che valga: uno dei quattro posti per la Champions League, ad esempio, o anche un’impresa da abbozzare, sapendo che però adesso il destino è soprattutto nelle mani altrui.

 

La sveglia

Si ricomincia da Verona, dove tutto ebbe (quasi) inizio alla fine di una rovinosa giornata che divenne il poster dello strappo tra De Laurentiis e Gattuso: 407 giorni fa, ora più ora meno, nel suo tour alla ricerca di un allenatore che poi non sarebbe arrivato, le consultazioni portarono Adl in Inghilterra, da Benitez, ma anche in Toscana, da Sarri e da Spalletti, e in quel girovagare vennero gettate le basi per la rivoluzione tecnica di luglio, consegnata ad un uomo di quel Napoli «innamorato da subito». Ci cono adesso almeno cinquantasette sfumature d’azzurro che inducono a stracciare quel senso di ottimismo, e però anche di incompiutezza, che s’avverte dopo lo 0-1 del Milan, la cartina di tornasole di un malessere ciclico nel quale, come ombre, si riscoprono le sensazioni di aprile 2018 e il cosiddetto albergo di Firenze o anche, per restare tra i contemporanei, la delusione con l’Inter e pure quella con il Barcellona, frammenti di una stagione che resta nella sua autorevolezza. Se non ci fosse la pancia, che nel calcio ha un proprio ruolo, la ragione indurrebbe a leggere la classifica con slanci d’allegria: però quando Napoli-Milan è un boomerang ch’è andato a posarsi prepotentemente sulla giugulare, dalle frasi ad effetto di Spalletti si coglie pure il disagio d’aver (ri)scoperto le fragilità d’una squadra che in sette giorni muta il proprio codice genetico. «Non so se per certi appuntamenti ci sia un sovraccarico di tensione ma se giochi per la testa della classifica appartiene ai momenti che i calciatori si sono ritagliati per vivere serate del genere. E però se qualcuno non sa reggere a queste pressioni, allora bisogna spostarsi un po’ più in là».

Oltre gli ostacoli

Il Verona è la prima tappa d’un viaggio dentro ad un sogno che Spalletti tiene lì, ad uso e consumo d’un Napoli da rivitalizzare immediatamente, per evitare che la malinconia si diffonda, sino a dilatarsi: e nei trenta punti a disposizione di chiunque, tranne di Inter e Atalanta che ne hanno (anche) trentatré all’orizzonte, c’è un mondo nel quale continuare a vivere. Si parte da Verona, si aspetterà l’Udinese, si scavallerà la sosta per arrivare a Bergamo – lo scontro pesante – leggeri come un tempo; e poi, dalla Fiorentina alla Roma e all’Empoli, dal Sassuolo al Torino, dal Genoa allo Spezia, sarà comunque come andare al luna park: c’è, nel Napoli, la tentazione di pensare che nulla sia irrimediabilmente perduto, men che meno la speranza di restare aggrappati allo scudetto; c’è il desiderio – e un patto con se stessi – di blindare la Champions League e di prendersi quel passaporto che poi, in effetti, è anche un bancomat per il futuro. E c’è ancora chi insiste a credere che i soldi nella vita non siano poi tutto.

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