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CdS-Napoli, gli affanni di Insigne

di Alessandro Barbano

L’ avevamo scritto in avvio e ci pare di poterlo ripetere oggi, dopo un terzo delle partite giocate: in un campionato dove tutte le squadre mostrano un’incompiutezza, cui un mercato da covid non ha posto riparo, vince chi gestisce meglio i suoi punti di criticità. Il rischio per il Napoli è che questi si concentrino in una stessa fase, mettendo a dura prova la tenuta sportiva e psicologica della rosa di Spalletti. Nel momento in cui il calendario chiede agli azzurri di più, accade che infortuni importanti, come quelli diOsimhen e Anguissa, si sommino a un calo di rendimento fisiologico dopo lo sprint iniziale, al contraccolpo dell’incombente Coppa d’Africa e, da ultimo, agli incerti contrattuali di giocatori chiave, come Lorenzo Insigne. Il destino del capitano è un’incognita che può pesare sul rendimento di tutta la squadra.

Perché Insigne è il giocatore che accende, o piuttosto spegne, l’imprevedibilità della manovra offensiva. Il Napoli può anche fare a meno di lui, ma in tal caso deve reinventarsi, poiché l’intero modulo azzurro è insignedipendente. Non solo perché quasi tutte le geometrie capaci di produrre un affondo passano da lui, ma perché la sua presenza scarica il centrocampo da compiti creativi. La leadership di Insigne non è rinunciabile e non è surrogabile nelle condizioni attuali. Si dà il caso che il capitano stia giocando da qualche settimana sotto tono. Anche a Milano la sua illuminazione ha offerto a Zielinski l’occasione del vantaggio, e poi il suo annebbiamento successivo ha spento il Napoli, fino alla rabbiosa ma insufficiente reazione d’orgoglio del finale.

 

È difficile sapere quanto incida sul suo calo di rendimento l’estenuante trattativa per il rinnovo del contratto, e quale suggestione abbiano per lui gli ambigui ammiccamenti dell’amministratore delegato dell’Inter, Giuseppe Marotta. Resta il fatto che il capitano della squadra che punta a sovvertire l’egemonia nordista del campionato, e Dio solo sa quanto sia impresa ardua, gioca senza certezza del futuro. L’offerta del club non è da snobbare. Di questi tempi sono poche le società disposte a garantire a un trentenne quattro anni di contratto a circa cinque milioni a stagione, bonus compresi. Ma Insigne pretende di monetizzare l’attaccamento e la continuità fin qui espressi con dieci stagioni straordinarie. Fa fatica ad accettare che le transizioni, quale quella che il calcio attraversa, archiviano rapidamente i meriti del passato.

De Laurentiis non molla. Da un punto di vista finanziario e strategico la sua posizione non fa una piega. L’offerta al capitano risponde ai requisiti di una sana gestione. Però Insigne non è un giocatore qualunque, e soprattutto l’incertezza sulla sua sorte rischia di destabilizzare il Napoli nel momento più delicato della stagione. Anche questo rischio meriterebbe un’adeguata ponderazione economica. Bruciare un’occasione irripetibile all’ultimo miglio sarebbe la prova che talvolta la tenacia può essere confusa con l’azzardo. Al punto in cui siamo, si tratta di capire se la caduta di San Siro dimostra che il Napoli non è invincibile, com’era intuibile, o piuttosto che è anche arrendevole. Da qui al 19 dicembre la squadra di Spalletti passerà per una serie di prove che possono testare la sua capacità di resistenza o piuttosto certificare un ridimensionamento.

Poiché restiamo convinti che il Napoli sia la meno incompiuta tra le big, sarebbe il caso di non aumentarne i punti di criticità. L’esperienza delle scorse stagioni, il grande impatto che hanno avuto le crisi dello spogliatoio sul rendimento, dovrebbero convincere il club che nei momenti difficili va rafforzata quella cintura di sicurezza che è nella dotazione di una società da scudetto. E qui resta da capire se da scudetto il Napoli di De Laurentiis lo sia, non avendone ancora vinto uno.

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