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CdS-Insigne, Mertens e Callejon: Napoli, l’ultima volta dei tre tenori al Maradona

Lorenzo e Dries in azzurro, l’ex José María ora in viola: protagonisti della storia del club partenopeo

di Antonio Giordano

Lo chiamavano calcio e invece quella era arte, la fusione (a sua volta) magica del talento, l’empatia di sentirsi sempre sistematicamente connessi, un’onda magnetica che – tracciando solchi nel cielo – finiva per attrarsi. Quando c’era Callejon, ed è successo per un settennato, era tutto scritto in quelle parabole che parevano arcobaleni, il frontespizio di un capitolo fantasioso che – avvolgendo spazio e tempo – esprimeva la sublimazione di un’idea: 260 partite assieme e 67 volte nella trama d’un gol, segnandolo o costruendolo in quel concerto a due o a tre voci che ha avuto la funzione di colonna sonora. Eppure, era stato già tutto scritto, e ripetutamente: ma in quel battito di ciglia, il frammento di una partita per arrivare da sinistra a destra e semmai poi di atterrare al centro, non c’era possibilità d’intervento.

 

In quel Napoli che Rafa Benitez cominciò a plasmare, che Maurizio Sarri elevò a letteratura, che Ancelotti riuscì a godere nella sua fase crepuscolare, che Gattuso potè intravedere, c’era l’architettura del football abbagliante, sarebbe divenuto la Grande Bellezza, perché andando da Insigne a Callejon, e semmai poi «chiudendo» su Mertens, rimaneva la sintesi perfetta di movimenti, di traiettorie, d’intuizioni, d’eleganza e però anche di un’intelligenza soffice come quel ritornello di Antonio Albanese, in ode a Zeman, nel quale c’è la descrizione d’un momento: «Da da a du e da du a da». Da Insigne a Callejon (e a seguire, in quelli che prosaicamente si defi niscono «scarichi» e «rimorchi») da Callejon a Mertens: senza il bisogno d’inseguirsi, ed evitando comunque di vedersi, sapendo di dover semplicemente replicare se stessi, in quella convergenza «scugnizza» che avrebbe spostato non un attimo ma un’emozione.

 

Napoli-Fiorentina è il tramonto definitivo dei tre tenori, il distacco da quella sontuosa espressione di un calcio fascinoso, riempito dalla loro genialità, dalla tendenza di Insigne di partire largo e poi tagliare lievemente verso il centro per addolcire il suo «collo-interno a giro», consapevole che oltre la linea dell’ultimo difensore, quell’immaginifi ca barriera eletta a frontiera dell’estasi, Callejon sarebbe arrivato con la postura ideale per scegliersi il destino: appoggiarla in porta o semmai adagiarla teneramente per Mertens, il terminale d’una fondazione benefica che Napoli s’è goduta. Napoli-Fiorentina è un revival per esteti, poi separati geneticamente, che per un’ora e mezzo si ritrovano, ridacchiando del proprio vissuto, di quegli scherzetti che suscitavano l’ammirazione altrui e stordivano una città che stavolta può nostalgicamente ammirarli ancora, lasciandoli sfilare nell’hard disk di quell’epoca: da Insigne a Callejon e ancora a Mertens. È musica e pareva calcio.

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