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CdS-Pallone d’oro, perché premiare Jorginho

di Alessandro Barbano

C’è il Brasile che non t’aspetti, ma anche l’Italia migliore, nella candidatura al Pallone d’Oro di Jorge Luiz Frello Filho, per tutti Jorginho. Il regista ventinovenne del Chelsea e della Nazionale di Mancini è la prova che la razionalità nel calcio è l’altra faccia della creatività. La Champions e l’Europeo, che porta in dote, sono una condizione essenziale per sostenere il premio, ma non la sua sostanza.

Che va cercata, invece, nella leadership autorevole e moderna che Jorginho ha espresso con una continuità irraggiungibile per altri, diventando un vero allenatore in campo. A lui e non a Messi andrebbe assegnato il Pallone d’Oro il 29 novembre prossimo. È vero che l’argentino è stato un grande protagonista della Coppa America conquistata dalla nazionale di cui è il capitano, ma con il suo ultimo campionato a Barcellona racconta piuttosto la fine di un ciclo. Certo, il fantasista del Psg resta il più grande calciatore in attività, e con pieno merito si è aggiudicato sei volte il titolo, in competizione quasi esclusiva con Ronaldo, che lo ha vinto una volta di meno. Ma il calcio che esce dal tunnel della pandemia archivia l’egemonia dei due top player rivali e opera uno switch generazionale. Non a caso solo nove attuali candidati figuravano anche nei trenta prescelti nell’ultima selezione del 2019, mentre salgono sulla scena nuovi protagonisti, dallo spagnolo Pedri agli inglesi Foden e Mount.

 

Jorginho è il simbolo di questa transizione, che sembra destinata a consegnarci un calcio più essenziale e più strategico, in cui l’altruismo del Noi prevale sui colpi di genio dell’Io. Di questa coralità è espressione anche il successo dell’Italia all’Europeo. Nell’elenco dei candidati al grande riconoscimento di France Football ci sono cinque azzurri: oltre all’italo-brasiliano, Donnarumma, Barella, Bonucci e Chiellini. Per il duo juventino questa candidatura a trentaquattro e trentasette anni vale come un premio alla carriera.

Quanto al portiere del Psg, è certamente lui l’eroe di Wembley. In un trofeo deciso dagli undici metri, l’ultimo rigore parato conta quanto il gol decisivo. Il premier Draghi, che di merito s’intende, lodando gli azzurri di ritorno da Londra ha riservato a Donnarumma complimenti speciali. Per questo i fischi ingenerosi e volgari con cui è stato accolto a San Siro non hanno alcuna giustificazione di bandiera e suonano insolentemente antisportivi.

Il Pallone d’Oro non si ferma tra i pali dai tempi del grande Lev Jascin. Eppure da quel millenovecentosessantatré, che vide il russo vincitore, non sono mancati i campioni tra i numeri uno, e due volte l’Italia ha sfiorato il premio: nel ’73 con Dino Zoff, dietro Cruijff, e nel 2006 con Buffon, artefice con le sue parate del Mondiale tedesco, ma superato da Cannavaro. C’è da scommettere che prima o poi i prodigi di Gigio vinceranno la predilezione che i giurati hanno per gli attaccanti. Una menzione a parte meritaBarella, anche lui Italia in purezza per inventiva, coraggio, spirito di sacrificio e altruismo. Un Tardelli dei giorni nostri che racconta quant’è bella la Nazionale. E quanto più va amata, adesso che soffre.

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